Diritto e politica

Quale responsabilità per i magistrati?

Un rinnovato atteggiamento sulla responsabilità civile dei magistrati può considerarsi parte di una riforma della giustizia da tempo annunciata e ormai non più procrastinabile? Certamente sì. Il Governo annuncia cambiamenti tali da rendere il sevizio giustizia finalmente efficiente e concreto, nell’ottica di restituire certezze ai cittadini e contrastare lo scoramento e la frustrazione di coloro che sono costretti ad aggirarsi, per varie ragioni, nei meandri angusti dei tribunali italiani. La certezza del diritto passa attraverso l’efficienza del servizio giustizia e quest’ultima nel rispetto di quel vecchio principio che governa l’umano agire in ogni campo: chi sbaglia paga.

La sostanziale immunità di cui i giudici hanno goduto per decenni è stata giustificata nell’ottica della necessaria indipendenza della categoria, in quanto detentrice di uno dei poteri fondamentali dello Stato. D’altronde, l’altro potere fondamentale, quello politico/legislativo, ha goduto di analoga immunità fino a quando si è provveduto a smontare l’articolo 68 della Costituzione. Non solo, anche il potere esecutivo ha beneficiato dello stesso privilegio: il danno patito dal privato, causato dall’agire della pubblica amministrazione, risultava irrisarcibile.

Lo Stato non sbaglia. Lo Stato deve essere libero nella sua azione, mediante il sovrano esercizio di quei poteri di cui esso stesso si sostanzia: questo sanciva la “vulgata”, dominante sino a pochi anni or sono, tutta concentrata a sondare le problematiche istituzionali, nella convinzione che si proteggesse il Demos dal Tiranno solo mediante la tutela dei quei poteri grazie ai quali lo Stato democratico vive. Non può negarsi che vi fossero ragioni storiche e cultuali, sia nell’Ottocento sia nel Novecento, per un’impostazione così marcatamente attenta alla tutela della “istituzione” Stato, minata da attacchi esterni di varia origine. Tuttavia, questa forte e, per molti versi, salutare attenzione ha finito con il dimenticare che si possono minare le basi di uno Stato anche dal suo interno.

Con la fine della guerra fredda e il crollo del muro di Berlino, i nemici esterni dello Stato sono venuti meno. In un rinnovato slancio liberale, l’atteggiamento orientato alla supremazia del “pubblico” sul “privato” ha avuto un’inversione di tendenza. Anzi, ha scoperchiato quel mondo di piccoli e grandi soprusi che il primo aveva nel frattempo perpetrato ai danni del secondo, mercé un’immunità consentita per altre e più alte ragioni, per così dire, di interesse nazionale. Così, l’articolo 68 della Costituzione è stato riformato, la risarcibilità del danno patito dal privato per causa dell’agire illegittimo della pubblica amministrazione è stato finalmente riconosciuto e anche il magistrato può essere chiamato a risarcire il danno comminato alla parte illegittimamente lesa dal suo operato.

Dunque, lo Stato può sbagliare. Soprattutto, comincia a essere evidente che chi subisce i danni di tali errori sono soprattutto i cittadini, proprio quel Demos che si sarebbe voluto difendere. Se erano oneste le ragioni di allora, non lo sono meno quelle di oggi: il cittadino va difeso. Lo Stato si compone dei suoi cittadini. Ora come allora, va difeso. Sicché è solo l’approccio che va cambiato: va posta attenzione non solo all’istituzione formale, quanto alla sua essenza sostanziale.

È, quindi, in questa rinnovata ottica che andrebbe riconsiderata la responsabilità civile dei magistrati: non solo in rapporto con gli altri poteri dello Stato, quanto con quello diretto tra il giudice (fornitore) e le sue parti processuali (utenti) che domandano (il servizio) giustizia.  Si tratta di un’ottica che si pone in linea con la più recente legislazione sulla tutela del consumatore, che grande successo, soprattutto culturale, ha avuto negli ultimi anni. Si pensi alle stesse libere professioni (quella del medico o dell’avvocato) che, un tempo al riparo della cosiddetta “colpa grave” prevista dal codice civile, sono oggi oggetto di un rivalutato giudizio da parte della stessa giurisprudenza, attenta a non concedere più margini di irresponsabilità, costituzionalmente illegittimi. Sono proprio le ingiustificate irresponsabilità che vanno evitate, in ogni ambito.

La legge sulla responsabilità dei magistrati deve contemperare vari interessi: fornire il servizio giustizia in modo sia libero sia efficiente. Tuttavia, per rendere effettivo il principio della responsabilità (affinché si combattano per davvero caste di ogni genere) basterebbero alcune modifiche all’attuale normativa. Anzitutto, andrebbe allargato il numero delle ipotesi previste di colpa grave e, comunque, quest’ultima andrebbe interpretata in modo più rigoroso, come la stessa magistratura ci ha recentemente insegnato, in settori affini. In secondo luogo, andrebbe consentito allo Stato di rivalersi sui magistrati con modalità e termini più agevoli (la prescrizione di un solo anno, per esempio, non lo consente nei fatti). Infine, andrebbe eliminato il conflitto di interessi (l’ennesimo!) tra il regolatore e il regolato. Un magistrato da garanzia di imparzialità nel giudicare un altro magistrato? Certamente sì, quando il magistrato non compie illegittimità dovute all’esercizio della sua funzione, ma quando è proprio quell’esercizio a essere oggetto dell’accusa è lecito avanzare dei dubbi. Maggiori garanzie le darebbe, invece, un arbitro che, pur esperto di diritto, non eserciti la medesima funzione. D’altronde, il nostro ordinamento è pieno di casi di giurisdizioni alternative a quella ordinaria.

Questi piccoli suggerimenti potrebbero garantire il giusto equilibrio tra l’indipendenza della funzione e una maggiore responsabilizzazione di coloro che la esercitano; il tutto nell’ottica di tutelare i cittadini, che lo Stato compongono.

Articolo commissionato e pubblicato –

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