Costume e società

Dedicato a Nicoletta, donna controcorrente!

La bellezza in Italia è come la pecunia, se ne hai troppa non la devi mostrare. È una fortuna immeritata, come tale non va sfoggiata: è maleducazione.

Strano che ciò accada in un Paese che è tra i più belli al mondo, che per storia e cultura è contornato dal bello, sia nell’arte, sia nella natura. Tutto il mondo testimonia il suo apprezzamento per il nostro gusto, nell’arte, nella moda, nella tecnologia. La nostra caratteristica industriale è quella di coniugare l’ingegno con il bello. È questo che rende famoso in tutto il mondo il made in Italy. L’ingegno, infatti, è caratteristica della specie umana e non specificatamente di un solo popolo, mentre il gusto al bello è un processo culturale, affinato nei secoli. Qui, più che altrove, il bello regna e dovrebbe essere considerato un valore in termini assoluti, eppure non è così.

Ci dicono che la “bellezza salverà il mondo”, che il “bello” è un’idea cui tendere. Poi, però, partono i distinguo e disegnano una bellezza che è priva di colore e spesso estranea alla percezione umana. La bellezza è “questo”, la bellezza è “quello” ci spiegano illustri intellettuali. Ma sembra nessuno abbia il coraggio di dire, e anzi molti si lambiccano nel dimostrarci il contrario, che la bellezza è legata alla sessualità, almeno quando ci riferiamo a quella umana.

In un Paese dove regna saecula saeculorum l’idea cattolica (a dire il vero comune a molte altre religioni) che il sesso sia peccato, una buona dose della bellezza va sottaciuta, affinché possa essere considerata virtuosa, e quindi degna di rispetto. Già è proprio questo, il rispetto, che viene a mancare altrimenti.

A quanti non è capitato di assistere a discorsi nei quali l’oggetto era una donna considerata bella solo perché semplice, sobria, senza trucco, vestita di nero e magari coperta fino al collo? Basta un monile più appariscente, un rosso più marcato sulle labbra o una definizione più decisa degli occhi, un vestito più succinto a far calare un imbarazzato silenzio. Il consenso sociale attribuito a una donna che si “spoglia” è inversamente proporzionato alla sua bellezza: più sei bella, meno puoi mostrare la tua bellezza.

Alla bellezza spesso si associa la solitudine. Come mai accade tutto questo? Come mai la bellezza che comunemente è considerata un biglietto da visita finisce con il risultare una gabbia dalla quale è difficile, se non impossibile, liberarsi?

La bellezza è un potere, senza ombra di dubbio, e lo si esercita mediante il meccanismo dell’attrazione sessuale. E come diceva qualcuno “il potere logora chi non ce l’ha”, oltre, certamente, a chi lo subisce. Tuttavia, alla lunga, logora anche il suo stesso detentore.

In questo, come in molti altri casi, infatti, gioca il meccanismo della paura del diverso associata a consolidati schemi sociali.

A questo punto, prima di procedere oltre, è necessario fare un distinguo. La situazione diverge un poco se ci riferiamo alla bellezza femminile o a quella maschile, perché il ruolo sociale ricoperto nei secoli dall’uomo è ben diverso da quello della donna. In questa sede, considereremo la bellezza femminile, non perché non possa dirsi dell’altra (anzi a seguito degli sviluppi degli ultimi anni sarebbe assai interessante parlarne), ma le cronache recenti ci inducono a soffermarci sulla prima.

In sintesi, quindi, si può affermare che le donne molto belle esercitano un potere che si sostanzia in un senso di impotenza sugli uomini e in una forte invidia sulle donne. Entrambi, quasi in modo ancestrale, non ne conosco bene il motivo, ma percepiscono la diversità e, nel difendersi da quel senso di inferiorità che li attanaglia, reagiscono bollando la donna bella come una femmina di facili costumi. In questo modo la pongono, almeno socialmente, al di sotto di loro, e quindi riassestando una posizione di parità, inizialmente perduta, che poi sfocerà presto in quella di ingiustificata superiorità.

Parliamoci chiaro, l’uomo italiano non è ancora, mediamente, in grado di affrontare una donna bella, che sa quel che vuole e che sa gestire il suo corpo con la stessa consapevolezza con cui è (solo apparentemente) abituato a farlo egli stesso. E la donna italiana, non permette a nessun altra di poter fare ciò che per natura o per costume le viene impedito.

Mi si dirà, semplicisticamente e mistificando il senso del discorso, che stia legittimando la commercializzazione del sesso o la prostituzione femminile (certo è molto più facile ridurre la tesi esposta a questi pochi concetti), mentre è tutto il contrario. Legittimo solo la libertà di essere se stessi, in qualunque questa forma dell’essere si manifesti e la si voglia esercitare, compresa la consapevolezza di alcune donne di essere belle e di non sentirsi giudicate per ciò che sono.

Per fortuna le cose cambiano. I progressi si raggiungono. I costumi sociali si trasformano, ma con essi molto più lentamente i pregiudizi.

Un tempo le mamme preparavano le figlie a vestire in modo sobrio, a essere remissive, a nascondere la propria bellezza e il proprio piacere sessuale. Tutte le loro attenzioni sarebbero dovute andare al proprio uomo (che infatti non aveva neppure la necessità di sentirsi in competizione con gli altri uomini, tanto si sentiva sicuro della propria donna).

Oggi le mamme suggeriscono alle figlie di pretendere dal proprio compagno una pari partecipazione alla vita di coppia, le aiutano ad avere piena consapevolezza della propria sessualità, a sentirsi donne, finanche belle. Le accompagnano pure ai casting, e sebbene non sia in effetti una gran cosa, è un fenomeno che è sempre esistito da quando esiste il divismo e di certo non è nato oggi (ricordate Anna Magnani in Bellissima di Luchino Visconti? Anno 1951!).

Tutto questo è, però, il frutto di una rivoluzione culturale ha la sua origine nella seconda metà dello scorso secolo ed è di matrice culturale progressista.

Tuttavia, oggi, imbarazza vedere come certi facili giudizi partano proprio da ambienti culturali eredi di quella stessa corrente rivoluzionaria. Se la donna è bella, se sfoggia la sua bellezza, se ne fa anche un’arma di seduzione, allora si teorizza che dietro questo ci sia la volontà di renderla prostituta. Addirittura in alcuni casi si è sostenuto che dietro questo atteggiamento vi sia, sotto sotto, un programma politico-culturale da imporre alla società, naturalmente attribuito alla fazione opposta. E contro questa presunta volontà politica si è manifestato in piazza nelle settimane scorse.

La verità è che la bellezza disarma. La bellezza colpisce tutti, indistintamente. A una bella donna (che nel nostro Paese è ancora considerata la causa del peccato originario) tutto si perdona tranne che mostrare la propria bellezza. Se lo fa, che almeno dimostri si essere stupida. Ma se non lo è, e non si piega, allora sappia che non le rimarrà altro in sorte che l’essere appellata come puttana.

– Articolo commissionato e pubblicato –

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