Diritto e politica

Quanta “riforma” nella nuova giustizia di Alfano?

Dopo anni di proclami, la cosiddetta riforma della giustizia vede luce. Il 2011 è l’anno della tanto attesa riforma che lo stesso Berlusconi avrebbe voluto molto tempo prima. Abbiamo atteso tanto per qualcosa di risolutivo? Vediamo.

Anzitutto, analizziamo i contenuti della riforma costituzionale presentata dal Ministro della giustizia, Angelino Alfano (attuale segretario politico del PdL), e approvata il 10 marzo di quest’anno dal Consiglio dei Ministri.

L’inappellabilità delle sentenze di assoluzione. Si tratta di un’idea che trova il suo fondamento nel principio costituzionale del favor rei. Se l’imputato è ritenuto innocente in primo grado, non è ammesso un appello che, riformando la sentenza di primo grado, mirerebbe, nella sostanza, a far dichiarare la sua colpevolezza.

La separazione delle carriere. Cambia radicalmente l’articolo 104 della Costituzione e viene specificato che i magistrati si distinguono in giudici e pubblici ministeri (p.m.). La legge assicura la separazione di entrambe le carriere e l’indipendenza dei p.m. Si tratta di un vecchio cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi che dal 1994 ha sempre annunciato, senza mai realizzare.

Il Csm. Nell’ottica del principio di cui sopra, si prevedono due organi: uno, per la magistratura giudicante, l’altro per quella requirente.

I provvedimenti disciplinari. È introdotto l’articolo 105-bis della Costituzione, che prevede che i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati spettino alla Corte di disciplina della magistratura giudicante e requirente. Contro i provvedimenti della Corte di disciplina è ammesso ricorso in Cassazione per motivi di legittimità. Anche questa disposizione è in linea con la volontà di tenere distinte le carriere tra la magistratura inquirente e quella giudicante.

L’esercizio dell’azione penale. Si modifica l’articolo 112 della Costituzione, specificando che il p.m. «ha l’obbligo di esercitare l’azione penale secondo i criteri stabiliti dalla legge». Nella sostanza oggi il p.m. ha sì l’obbligo dell’azione penale, ma la scelta su quale notitia criminis perseguire è lasciata alla sua discrezione. Al contrario, a seguito della riforma, sarà il legislatore a individuare l’ordine delle precedenze.

La funzione ispettiva. Rimane in capo al Ministro della giustizia, così come le funzioni organizzative e sul funzionamento dei relativi servizi. Il guardasigilli dovrà riferire annualmente alle Camere sullo stato della giustizia, nonché «sull’esercizio dell’azione penale e sull’uso dei mezzi d’indagine».

La responsabilità dei magistrati. È introdotta una nuova sezione alla Costituzione. I magistrati diverranno direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti, al pari degli altri funzionari pubblici. Spetta alla legge disciplinare la responsabilità civile dei magistrati per i casi di ingiusta detenzione e di altra indebita limitazione della libertà personale. Con un’innovazione radicale, la riforma parifica i magistrati a tutti gli altri funzionari dello Stato, prevedendone una personale responsabilità per gli atti compiuti in violazione dei diritti. Ciò potrebbe comportare, finalmente, il superamento dell’attuale sistema che prevede, in caso di errori giudiziari, la responsabilità dello Stato nei confronti della parte lesa e solo una successiva rivalsa, poco più che simbolica, nei confronti del magistrato che ha commesso l’errore.

Il trasferimento dei magistrati. Si prevede, modificando l’articolo 107 della Costituzione, che «in caso di eccezionali esigenze, individuate dalla legge, attinenti all’organizzazione e al funzionamento dei servizi relativi alla giustizia, i Consigli superiori possano destinare i magistrati ad altre sedi».

Questi sono i punti salienti della riforma della giustizia presentata dal Ministro Alfano.

Indubbiamente, si tratta di uno sforzo significativo, condivisibile o meno. Per molti versi è una riforma che tiene conto di alcune anomalie del sistema e che, in alcuni casi, hanno procurato danni rilevanti ai cittadini.

Il giudice, infatti, deve essere terzo e garantire imparzialità, sia reale sia apparente. Non può darsi che il cittadino abbia anche solo la sensazione di non sentirsi garantito sotto questo fondamentale aspetto. Quindi, non è sufficiente sostenere che la professionalità dei magistrati garantisca di per sé l’imparzialità. I magistrati sono anzitutto uomini e come tutti soffrono di simpatie e antipatie, che anche inconsciamente possono influenzare le loro decisioni. Una parte di questa parzialità è ovviamente ineliminabile, ma quella legata a rapporti stretti di colleganza, come quelli che si instaurano tra i giudici e i p.m., è doveroso eliderla. Ciò che, invece, deve essere difesa è solo l’autonomia dei p.m. dal potere politico, ma questa sembra essere garantita, almeno stando alla lettera della riforma. Semmai, ciò che si dovrà fare è vigilare sull’eventuale applicazione concreta (ricordiamoci, infatti, che si tratta di una riforma costituzionale, necessariamente di principi, il cui dettaglio e delegato al legislatore).

Tuttavia, il limite più evidente di questa riforma è l’aver considerato solo un ramo del diritto, ovvero quello penale. Vero è che quest’ultima è la branca del diritto che può comportare esiti particolarmente gravosi, perché incide sulla libertà degli individui, e, quindi, si chiede da parte del legislatore un particolare sforzo garantista. Tuttavia, i noti problemi della giustizia italiana non si fermano a questo. Anzi. E il Ministro della giustizia non può non saperlo.

L’altro giorno ho avuto modo di raccogliere le lamentele di alcuni avvocati civilisti, miei amici. Mi raccontavano della loro frustrazione professionale, di come la lentezza dei giudizi civili uccidessero il loro entusiasmo, la pazienza del cliente, la vita economica del Paese e, nella sostanza, il concetto stesso di giustizia.

Già! Che giustizia è ricevere una sentenza di primo grado dopo quattro o cinque anni, poi attendere la sentenza di secondo grado per altrettanto e, infine, rischiare un ulteriore periodo di attesa per il pronunciamento della Cassazione? A questo poi si aggiunga lo stupore di vedere sentenze che vanno prima in una direzione e poi in quella esattamente opposta. Infine, come mai si deve arrivare alla Cassazione, dopo anni e dopo aver speso cifre folli per i processi italiani, per vedere riaffermato un principio che spesso è già stato espresso anni prima dalla stessa suprema Corte?

Non solo questa non è giustizia per i cittadini, ma non lo è per il sistema Paese. Facciamo un esempio. Se un generico creditore (che può essere un libero professionista o un’azienda fornitrice di prodotti o servizi) chiede giustizia, ma questa gli verrà riconosciuta solo dopo anni, il rischio che non possa continuare la sua attività è elevatissimo. Ciò ha ripercussioni sulla vita personale ed economica di un individuo e di un’impresa (non meno evidenti e gravosi di quelli penali). Tanto vero questo che essa rappresenta una delle ragioni principali per le quali gli investitori esteri evitano il nostro Paese. Non c’è giustizia, non ci sono strumenti efficaci per farla rispettare in termini ragionevoli e, quindi, anche di efficienza ed efficacia. Una giustizia lenta è una giustizia inefficace. E una giustizia inefficace è una non giustizia!

Non c’è nulla da fare, la giustizia civile va affrontata al pari di quella penale. E in questo la riforma del ministro è carente. Dopo anni di attesa, non ci si sarebbe attesi una tale dimenticanza. Per tale ragione, il giudizio su questa proposta non può considerarsi sufficiente.

La giustizia italiana richiede uno sforzo di natura ben maggiore, perché incide non solo sulle libertà dei singoli, ma anche sull’efficienza dell’intero Paese. In un momento di difficoltà economica, come quello attuale, la stessa ripresa parte anche e soprattutto da un rinnovato sistema di garanzie che dia certezza del diritto e sopratutto sia un efficace disincentivo a tutti coloro che oggi, scientemente (diciamolo!), contano sulla non giustizia del nostro sistema, per farla franca e garantirsi l’illegalità.

Proprio per questa ragione, la nostra classe politica, interamente intesa, che ritarda o impedisce (per convenienze di parte) una riforma non più procrastinabile è, purtroppo, davvero colpevole.

-Articolo commissionato e pubblicato-

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