Diritto e politica

Una. Almeno per ora…

Sono decenni che si sente parlare di riforme. Della giustizia, della scuola, delle pensioni, del lavoro, delle istituzioni, della Costituzione e mille altre ancora. Le chiedono da più parti: dall’Europa, dall’opinione pubblica, apparentemente tutti le sbandierano, ma poi non si fanno. Nessun Governo è riuscito a riformare (leggi ammodernare) complessivamente il Paese, da almeno una trentina d’anni.

Questa non è un’opinione. È un dato di fatto.

Anche il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica è un concetto, o meglio una semplificazione, meramente giornalistica. L’unica vera novità di rilievo risale al 1993, quando Mario Segni, propose e vinse il referendum sul sistema di elezione dei parlamentari, passando dal proporzionale al maggioritario. Da quella riforma del sistema elettorale (venuta dal basso, si noti), ci si sarebbe attesi, conseguentemente, una ben più ampia riforma istituzionale e costituzionale. Necessaria, perché la nostra Costituzione non è più in grado di rispondere efficacemente, almeno nella sua parte istituzionale, ma non solo, alle istanze di una società profondamente mutata nel tempo.

Da un punto di vista giuridico, cambia la Repubblica, quando muta la forma di Governo. E questo, in Italia, non è mai avvenuto, nonostante, per anni, siamo stati inondati da parole come “presidenzialismo” all’americana, “semi-presidenzialismo” alla francese, “premierato” forte, debole, o… all’amatriciana, come finiscono le cose in Italia. La stessa legge elettorale che il Parlamento emanò dopo l’esito del voto del 1993, risultò diversa da quella emersa dal referendum: fu inserita una quota di proporzionale che non rispondeva all’esigenza di tutelare gli interessi del Paese, ma quelli dei partiti più piccoli, che avrebbero rischiato l’estinzione: sì, insomma finì all’amatriciana anche quella riforma. Oggi, addirittura, siamo tornati al proporzionale (oltretutto a liste bloccate) vanificando anche quel piccolo passo fatto tanti anni fa.

Insomma, ma di quale seconda Repubblica parliamo? Qui siamo assolutamente ancora impantanati nella prima!

Ciò che è cambiato è solamente il vertice politico, e poiché da noi è cosa del tutto eccezionale, si è detto che siamo entrati nella seconda Repubblica. Questo è un Paese nel quale, da un secolo, ci si è abituati ad avere sempre le stesse persone che ci governano. Prima c’era il Duce (monarchia fascista), poi una democrazia “bloccata” fatta da solite poche facce, sia nella maggioranza, sia nell’opposizione (la prima Repubblica), infine abbiamo avuto il quasi ventennio del Cav e degli anti-cav (la seconda Repubblica).  Insomma, da noi le ere cambiano non perché si modificano le situazioni, ma perché riusciamo a liberarci dai soliti noti della politica. E la fine, a dirla proprio tutta, non è neppure lusinghiera per i protagonisti: si pensi a Mussolini, poi il CAF (vivido è il ricordo del lancio delle monetine su Craxi), speriamo meglio per il Cavaliere, ma le cose si stanno mettendo male pure per lui, tra madonnine sulla testa e scaldaletti di basso profilo.

Questa è insomma una distorsione tutta italiana. È necessario tornare al principio che la politica è un servizio che si rende al Paese. Lo si presta per un certo periodo della propria vita e poi lo si lascia. Non è e non può essere una professione.

C’è di più. Proviamo a valutare le conseguenze di questo modo tutto italiano di stare in politica.

Gli uomini, nessuno escluso, per loro natura sono fragili. Anche il più probo, se rimane al potere per decenni, si abitua. D’altronde non è neppure difficile abituarsi a essere corteggiati, ai privilegi, alle prebende, finendo addirittura con il credere che tutto questo sia un merito proprio. Invece, non è così. Tutto questo è solo il frutto della posizione o del ruolo che si ricopre.

La mia professoressa d’italiano del liceo diceva che il peggiore rischio che corre un insegnate è il finire con lo scambiare l’opportunistico “si” degli studenti, per un assenso alla propria persona. Mai confondere il ruolo con l’individuo. Lo stesso si dica per i politici: se lo ricordino qualche volta!

Inoltre, lasciare per decenni al potere gli stessi soggetti rappresenta un insperato, quanto involontario aiuto alla criminalità organizzata, di ogni risma. Al politico si chiede si essere capace e onesto, non un eroe. Non abbiamo bisogno di eroi. Il sistema stesso deve prevedere i meccanismi che consentano di mettere i propri uomini nella condizione di svolgere il loro compito senza fare gli eroi. Oltretutto, le statistiche ci impongono di considerare il fatto che uomini con questo connotato siano molto pochi. È prevedibile che qualunque sia il politico di turno, di destra o di sinistra, sarà oggetto delle attenzioni interessate della criminalità. Più tempo ricopre una carica, più sarà possibile avvicinarlo. Una volta fatto, meglio è che rimanga al suo posto il più a lungo possibile… per la criminalità, ovviamente, non per noi!

Peraltro, la storia di questo Paese ci ha anche insegnato che se gli individui rimangono troppo a lungo in politica, finisce che si creino antipatie meramente personali. Si pensi, solo di recente, ai rancori tra Berlusconi, Casini e Fini, da un lato e quelli tra D’alema, Veltroni, Bersani e Renzi dall’altro. La politica non può e non deve ridursi a beghe personali.

Infine, ma non da ultimo ovviamente, le persone crescono o, detta in termini meno politically correct, invecchiano. Il mondo cambia e vivere troppo a lungo nei palazzi del potere distorce il senso della realtà. Sarebbe opportuno che in politica ci fossero donne e uomini con una costante percezione di ciò che è il Paese, di dove sta andando, non per seguirlo pedissequamente, ma per orientarlo. Persone che abbiano il senso del reale e, contemporaneamente, quello del futuro. Gente che voglia e abbai il coraggio di agire. Sinceramente, provo un po’ di disagio a vedere che il Presidente della Repubblica ha più di 85 anni e quello del Consiglio più di 70. Non si tratta dei singoli, ma mi domando se siano in grado per davvero di percepire il mondo odierno, con i mille cambiamenti che questo ha subito nei molteplici decenni cui si compone la loro stessa vita.

Se i vecchi della politica non lasciano mai il loro posto, come fanno i giovani della politica a farsi avanti?

Ed eccoci, quindi, giunti alla nostra proposta di riforma. Semplice, ma crediamo efficace: due mandati per ogni carica elettiva, al massimo. Poi, chiunque torni a casa. A fare il suo lavoro, o quel che vuole. Naturalmente, senza alcun privilegio.

Il principio che sottende questa proposta è stato anticipato: l’onorabilità con cui si appellano i nostri deputati è legata all’onore di prestare un alto servizio per il Paese, non perché loro siano persone più onorevoli di chiunque altro. Solo in quest’ottica, infatti, si possono giustificare gli alti costi della politica. Altrimenti, questi saranno vissuti dalla popolazione come odiosi privilegi. Le eccezioni trovano giustificazione solo se sono davvero eccezionali.

C’è di più. Tutti devono avere la possibilità di partecipare. Si può essere bravi o meno. Solo l’esperienza sul campo lo potrà dire, ma la possibilità va data a tutti. E se si è stati bravi, perché farli tornare a casa? Dirà qualcuno. La risposta è semplice: se si è stati bravi, si è fatto anzitutto il proprio dovere. Poi, l’esperienza vissuta potrà essere d’ausilio ai prossimi che verranno. Non è necessario essere sempre i primi attori della compagnia. I personalismi non aiutano l’esito dello spettacolo. Solo il gioco di squadra fa davvero la differenza. Insomma, i vecchi della politica naturalmente potranno dare consigli e aiuto ai giovani della politica, trasmettendo l’esperienza accumulata che andrà a mescolarsi con il coraggio e la voglia di nuovo, di quelli che verranno. Tutto questo, magari, potrebbe avvenire nei partiti politici, tornando così questi a essere ciò che erano un tempo e che dovrebbero essere ancora: la fucina per la nuova politica.

Insomma, questa nostra non è un’idea “contro”, ma una proposta a “favore”. Non è una caccia alle streghe, né il tentativo di alimentare una guerra tra generazioni. Vogliamo semplicemente ricordare che (richiamando un celeberrimo aforisma pronunciato anni addietro dall’emblema di un certo modo di stare in politica) è inevitabile che il potere logori gli uomini, sia quelli che non l’hanno ami avuto, sia quelli che lo detengono per troppo tempo.

– Articolo commissionato e pubblicato –

 

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