Diritto e politica

Dove va l’Italia?

Italia-StemmaAnno Domini 2013. La cosiddetta seconda Repubblica ha fatto bang!

Le molteplici elezioni che si sono svolte quest’anno ben rappresentano il caos politico e culturale che l’Italia vive in questo tempo della sua storia. La situazione economica del Paese sta facendo emergere le contraddizioni di una democrazia profondamente malata, che fa fatica a rigenerarsi e che rischia molto più di quanto non si dica o non si voglia ammettere.

Tutto ha inizio con le dimissioni di Berlusconi nel 2011. Che sia simpatico o meno, capace o meno, corrotto o meno, Berlusconi fu eletto a furor di popolo nel 2008. Litiga con tutti o tutti litigano con lui, qualcosa non va nei numeri dell’economia del Paese e alla fine è obbligato a dimettersi. Napolitano chiama Monti al vertice del nuovo Governo, perché ci salvi dallo spread. Il Parlamento promette da parte sua di fare le riforme essenziali, tra le quali quella elettorale. Insomma, due binari sui quali far risorgere il Paese.

Una democrazia in parte sospesa, perché Monti dirige il Paese senza avere ricevuto alcuna investitura popolare. L’investitura, d’altra parte, arriva dall’Europa che lo gradisce e ne tesse le lodi. Egli, infatti, è un professore della Bocconi, dalle amicizie altolocate. Per lui non si grida al “conflitto d’interessi”, perché lo si è già definito il salvatore della Patria. E, di certo, ha un nuovo atteggiamento, un nuovo look e con queste doti inizia a piacere anche in Italia, ma a pensarci bene ci vuol poco dopo il bunga bunga berlusconiano.

Nel giro di un anno, però, le cose cambiano. Appare chiaro a tutti che il Governo sa solo apportare nuove tasse per girare i soldi incassati nelle tasche di chi li rivuole indietro. Merkel & Co. continuano a essere entusiasti, mentre nella testa degli italiani comincia a insinuarsi il tarlo che a Palazzo Chigi qualcuno li voglia far fessi. Nel frattempo il Parlamento continua a non fare nulla, neppure una semplice legge elettorale, tanto evocata da tutte le parti.

Arriva così la scadenza ordinaria della legislatura. Il doppio binario ha prodotto solo ulteriore depressione economica e la sfiducia nel Parlamento che non solo costa troppo, ma è anche inefficiente. Si va a votare e l’unica cosa della quale sembrano essere certi gli italiani è scaricare Mister Monti, che detto tra di noi, ha anche il coraggio di candidarsi (ma qui sarebbe bello conoscere il vero motivo di tale improvvido comportamento, inusuale per un uomo così assennato).

Ma se Monti non è il loro preferito, non sembra esserci un chiaro sostituto: gli italiani non sanno a quale santo votarsi. C’è chi sceglie di astenersi, e sono in tanti, chi decide di votare il meno peggio, ovvero Bersani o Berlusconi, a secondo del proprio orientamento politico, e chi, infine, molto incazzato, vota il volto nuovo della politica italiana, ovvero il Grillo straparlante. E il successo arride quest’ultimo, mentre Bersani perde l’occasione storica di fare il pieno di voti e Berlusconi fa l’ultimo miracolo, quello di franare cadendo in piedi.

La Repubblica è in completo stallo. Tre forze dominano il Parlamento e non solo non si sopportano, ma non si riconoscono neppure come interlocutori: Grillo contro tutti, Bersani contro Berlusconi, Berlusconi rimane in attesa che la montagna venga a se, visto che Maometto ha deciso di andare altrove. L’elezione del Presidente della Repubblica, o meglio la storica riconferma di Napolitano al Quirinale lacera definitivamente il Pd, fa dimettere Bersani, e Berlusconi ha finalmente il suo interlocutore. La seconda Repubblica cade rovinosamente sotto i colpi di un sistema mai davvero riformato, per le mani di colui che in fondo aveva contribuito a crearla.

All’esito di questi eventi, il Pd sembra il grande sconfitto perché pur essendo a un passo dalla vittoria, non sfonda, né riesce a imporre il suo segretario a capo di un Governo di centro-sinistra. Grillo è il grande vincitore: resiste alle avances di Bersani e, con la mossa della candidatura dell’utile Rodotà a capo dello Stato, riesce a far emergere clamorosamente tutte le contraddizioni interne al Pd. Berlusconi si riconferma un cavallo di razza nelle elezioni politiche, anche quando sembrano perse in partenza, nonché nel tatticismo politico. Sembra vincere tre round: le elezioni, la nomina del Presidente della Repubblica e il Governo di grande coalizione. Ma sono tutte vittorie di Pirro, perché dietro di sé si fa sempre più rimarchevole il deserto.

E, infatti, quando tutti i giochi sembravano definiti, con la nomina del Governo Letta appoggiato da sinistra e destra, con Grillo e la Lega (chi si ricorda più di quest’ultima?) all’opposizione, qualcosa di nuovo accade, o di terribilmente vecchio. Alle amministrative dello scorso maggio/giugno, infatti, il Pd sbaraglia la concorrenza e vince su tutte le piazze, compresa quella di Roma, già governata da un sindaco di destra, oltretutto con un candidato, Ignazio Marino, privo di alcun fascino elettorale. Il Pdl crolla e Grillo indietreggia sorprendentemente. Mentre, l’astensionismo è definitivamente il primo partito d’Italia.

Da queste vicende elettorali, possono trarsi molteplici considerazioni sullo stato attuale della politica italiana e, quindi, sullo stato di salute della nostra democrazia.

Il Pd, pur non avendo vinto le elezioni politiche, è allo stato attuale il partito che gode di maggiore fermento. C’è una nuova classe dirigente pronta a dare il cambio a quella vecchia e consumata, ma che, soprattutto, ha idee nuove e un leader giovane, capace di attrarre consensi anche in campo avverso. Il vero pericolo del centrosinistra è il Pd stesso, ovvero quella vecchia classe dirigente che non vuole lasciare, come si sa ormai da anni.

Il Pdl che è uscito dalle elezioni politiche apparentemente in buone condizioni, conferma tutte le sue fragilità: l’assenza di idee nuove (o forse semplicemente di idee), e possibilmente moderne, una classe dirigente inesistente, un leader che abbia la forza di andare oltre Berlusconi e sappia farsi amare. Il grande punto di forza del Pdl è Berlusconi che è un vero combattente. Ma, se continua così, Berlusconi finirà con cannibalizzare la sua stessa creatura: al di là di Silvio, allo stato attuale, si intravvede il nulla più assoluto.

Grillo è saltato su un treno senza sapere come gestirlo. Non ha un apparato organizzato, persone preparate con capacità organizzative e sensibilità politica. Tuttavia, ha molte idee innovative e alternative. E’ un uomo solo al comando di una carovana di selvaggi. Ha probabilmente scontato l’approssimarsi di troppe consultazioni elettorali ravvicinate alle quali non era pronto. Sono stati candidati uomini non solo impreparati, ma anche dalla dubbia fede politica.

Ciò che accomuna queste tre forze, tuttavia, è lo stato di transizione (o totale confusione) che vivono, sugli esiti dei quali v’è ancora nebbia più totale. A ogni modo, proprio per questa semplice ragione tutti hanno interesse a non andare a votare troppo presto. Il Governo ha così più possibilità di andare avanti di quanto non gliene abbiano date al suo insediamento. E di certo, l’esito delle ultime elezioni amministrative ha smarcato Letta dal Cavaliere, che sembrava tenerlo al guinzaglio. Ora sembra essere nelle condizioni di giocare da libero battitore.

Ma sono ancora troppe le incognite, come ad esempio gli esiti dei processi di Berlusconi che potrebbero condizionare la vita del Governo o il dibattito tutto interno al Pd su Renzi segretario o meno. Insomma, i Partiti sono in preda a personalismi, il Parlamento in preda ai Partiti e il Governo in preda ai poteri forti.

Infatti, se quelle velocemente descritte sono le considerazioni politiche, vanno, però, precisate anche le implicazioni istituzionali di questa situazione caotica e incerta che vive l’Italia.

Il Parlamento è il fondamento di una democrazia. E’ il luogo dove i conflitti emergono legittimamente e trovano una loro democratica composizione. I partiti, a loro volta, sono il luogo di raccolta degli interessi in gioco e ne rappresentano le ragioni in Parlamento. Gli atti del Parlamento sono, in termini democratici, la sintesi delle esigenze emerse nel Paese. Sintesi che, di volta in volta, trova una connotazione diversa, ma che è sempre il frutto dell’orientamento maggioritario, culturale e politico di un Paese, in un determinato momento. Ciò cui assistiamo da tempo in Italia, invece, è una sostanziale assenza di attività parlamentare o, in altri termini, una totale incapacità del Parlamento di fare la sintesi delle varie istanze, soprattutto nuove, che emergono dal Paese. Sicché sono anni che il Paese è fermo, politicamente, culturalmente ed economicamente.

Questo è tanto evidente, solo che si noti come tutta l’attività politica è oggi delegata al Governo, che non solo impone l’agenda dei lavori parlamentari, ma è altresì l’unico soggetto istituzionale che riesca a fare approvare i propri disegni di legge, magari apponendo la questione di fiducia al Governo stesso.

Il processo di esautoramento delle funzioni del Parlamento ha molteplici cause, la prima delle quali è storica: il bicameralismo perfetto è la causa principale di uno smisurato allungamento dei tempi nella fase decisionale. Ciò consente alle varie lobby (centri di interessi non legittimati dal voto popolare, ma influenti soprattutto economicamente) di poter condizionare, fino allo stallo, l’attività del Parlamento. Sicché, il Governo, che è molto più facilmente catturabile dagli interessi dominanti (pur se minoritari nel Paese), è, attualmente, il vero motore decisionale delle nostre istituzioni. E così non dovrebbe essere, perché, allo stato attuale, noi eleggiamo solo il Parlamento!

E, infatti, già da vari anni, i Governi hanno trovato i loro metodi silenziosi per imporre le decisioni al Parlamento: prima l’uso smodato dei decreti legge, reiterati all’infinito, poi, quando la Corte costituzionale ha bollato questo comportamento come improprio, i Governi sono passati all’abuso del decreto legislativo. Sicché, oggi, i testi normativi sono quasi tutti decreti, se non addirittura regolamenti del Governo. Senza considerare il contenuto di questi atti normativi: tutto tecnico-economico, soprattutto di carattere emergenziale, privi di un vero slancio riformatore. Viviamo, in altri termini, in un Paese nel quale la legge è imposta da un Governo che nasce ultimamente per necessità, per grazia ricevuta del Presidente, sottoposto a forti condizionamenti cui non resiste perché non ha il suo contrappeso principale, ovvero il Parlamento.

Nella sostanza, quindi, prima ancora (o almeno in contemporanea) della questione relativa alla riforma della legge elettorale, si deve affrontare quella della nuova complessiva ingegneria istituzionale da dare a questo Paese. In altri termini, stiamo andando sì verso una sostanziale riforma (perché è nei fatti e non di diritto), ma che non essendo razionale e complessiva è priva di quei contrappesi necessari che mantengano l’Italia una Repubblica democratica e non una monarchia oligarchica.

Insomma, la deriva presidenzialista è già tracciata senza che se ne conosca ancora l’esito.

Il Governo (sempre questo) ha dato, di recente, al Parlamento diciotto mesi di tempo per mettere in campo questa fondamentale riforma per la vita democratica del nostro Paese. Non è l’unica da fare, anzi! Ma è quella dalla quale iniziare per consentire di dare avvio a un più complessivo processo riformatore della legislazione italiana, in molteplici settori. E non è neppure detto che debba essere per forza un Presidenzialismo, ma è necessario dare risposte serie e coerenti.

E’ necessario un sistema snello, efficiente e razionale. Si deve garantire da un lato la possibilità di assumere decisioni in tempi certi e circoscritti, ma dall’altro si devono rafforzare i contrappesi per consentire alle minoranze di poter incidere sul controllo e far emergere le contraddizioni pericolose. E’ necessario, anzitutto, un sistema nel quale sia chiaro di chi sono le responsabilità, senza le solite ambiguità italiane.

Se anche questi diciotto mesi passeranno inutilmente e il Parlamento non avrà fatto nulla per rigenerare le istituzioni democratiche italiane, è difficile, se non impossibile, immagine quali sorti magnifiche e progressive possano intravedersi per il nostro amato Paese nei prossimi anni.

 Articolo pubblicato.

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One thought on “Dove va l’Italia?

  1. ho letto il tuo articolo “Dove va l’Italia” molto interessante e per me informativo.

    Il giorno 02 luglio 2013 14:37, stellacorsara

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