Ipse dixit

Chi ha paura dell’omo cattivo? (per capire meglio il disegno di legge contro l’omofobia)

omofobiaLa sinistra che non cambia si chiama destra“, parola di Matteo Renzi. E la destra che non cambia, come si chiama?

Facciamo un esempio.

Lo scorso 19 settembre la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge contro l’omofobia e la transfobia. Come noto, tale testo sarà legge solo dopo che anche il Senato della Repubblica avrà dato la sua approvazione. Nel mentre, si sono già sollevate le associazioni di parte: quelle di omosessuali, lesbiche e transgender da un lato e le associazioni cattoliche dall’altro. Le prime, non riuscendo da anni a fare approvare una legge che riconosca le unioni di fatto, cercano un riconoscimento giuridico che rappresenti l’inizio di una tutela negata. Le seconde, nella convinzione di subire un attacco alla famiglia tradizionale, vedono in questa legge il primo passo verso una rivendicazione di diritti, proprio nel campo delle unioni, in capo alla comunità LGBT (acronimo che sta per Lesbo-Gay-Bisex-Transgender).

Tuttavia, il disegno di legge non ha nulla a che fare con tutto ciò.

Riguarda, infatti, una proposta che modifica alcuni articoli di legge già esistenti, sin dal lontano 1975. Si tratta della cosiddetta legge Reale che ha reso esecutiva in Italia la Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, redatta a New York nel 1966. In particolare, la legge Reale stabiliva l’applicazione della sanzione penale per le discriminazioni e le violenze “nei confronti di persone perché appartenenti a un gruppo nazionale, etnico o razziale”. Con la modifica del 1993 (cosiddetto decreto Mancino) venne introdotto il fattore religioso, sicché, si noti bene, già oggi è penalmente punibile “chi…  istiga a commettere o commette atti  di  discriminazione  per  motivi  razziali, etnici, nazionali o religiosi” (primo comma), “istiga a  commettere  o  commette  violenza  o  atti  di provocazione  alla  violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” (secondo comma). La grande novità, che ha agitato il Parlamento, quindi, sarebbe una semplice estensione, rispetto a quanto già previsto: dopo il termine religiosi, andrebbe la dicitura “o motivati dall’identità sessuale della vittima”.

 

Come si vede, anzitutto, si tratta di un provvedimento legislativo a bassissimo impatto innovativo. Infatti, non definisce alcun nuovo reato, ma si limita a incrementare il novero delle ipotisi per le quali il reato si configura.

In secondo luogo, così come già si persegue chi commette atti di discriminazione o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi (sono le parole della legge in vigore), sorprende che qualcuno possa opporsi per chi li commette, invece, per un’avversione nei confronti di persone dall’identità sessuale non maggioritaria.

E, infatti, l’unico vero dubbio che un autentico liberale e democratico potrebbe porsi sarebbe quello per il quale la norma, così come innovata, non sia abbastanza. Infatti, elencare solo alcune ipotesi, tralasciando altre forme di discriminazione, lascia perplessi, questo sì! Ma le norme s’interpretano e pare abbastanza ovvio che se le vogliamo leggere in modo conforme alla Costituzione, altro non può dirsi che quelle ipotesi siano meramente esemplificative, giammai esaustive.

Infatti, ogni atto di discriminazione, qualsiasi ne sia il motivo, deve essere perseguito e condannato. Questo impone l’articolo 3 della Costituzione italiana, ovvero che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Anzi la stessa Costituzione, al comma successivo, aggiunge che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”.

Al contrario, si è sostenuto che il disegno di legge sarebbe in contrasto con l’articolo 21 della Costituzione, ovvero contro la libertà di pensiero e di espressione: “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Ci mancherebbe altro, viene da dire ogni volta che si rilegge questa norma! Tuttavia, non si comprende bene la ragione secondo la quale il disegno di legge in esame lederebbe questo basilare diritto democratico. Infatti, come visto, la norma non riguarda affatto il tema della libertà di espressione. La norma punisce chi istiga a commettere, o commette in prima persona, atti di discriminazione o di violenza per motivi particolarmente odiosi. Ma per togliere ogni dubbio ai più scettici, si aggiunga che la norma esiste già dal lontano 1975, poi allargata, ai motivi religiosi, nelle sue ipotesi applicative 1993 e, oggi, si vorrebbe ulteriormente estesa ai motivi d’identità sessuale. Perché, allora, non si parla di incostituzionalità dell’intera legge Reale-Mancino? Due pesi, due misure?

Viene fondatamente il sospetto, quindi, che l’opposizione a questo disegno di legge sia pretestuosa, oltretutto odiosamente ostruzionistica perché agisce su una norma che tutela le minoranze dalla discriminazione e dalla violenza.

Torniamo, allora, al punto di partenza, ovvero al vero motivo di tutta questa canizza.

La destra italiana, da un lato, si erge a paladina della famiglia tradizionale, ovvero quella fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, possibilmente di fronte a un sacerdote. Ma questa concezione tradizionale è obiettivamente sotto attacco, non tanto e non solo in Italia, ma soprattutto nel resto dell’Europa: non solo i pagani del nord, non solo la laica Francia, ma addirittura la cattolicissima Spagna ha cambiato le carte in tavola e ha addirittura riconosciuto il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La paura fa novanta e la nostra destra ha deciso di arroccarsi su posizioni di principio. Per tutto quanto riguarda le cosiddette questioni etiche, ha optato per l’immobilismo e la conservazione, appiattendosi in modo acritico sui principi della dottrina cattolica.

La sinistra italiana, dall’altro lato, è da anni che dice di battersi per i diritti delle persone diversamente etero. Raccoglie da anni il loro consenso elettorale promettendo mari e monti, ma non riconoscendo alcun diritto, neppure mediante istituti giuridici come i “dico”, che erano una pallida replica delle unioni di fatto francesi, oggi decaduti nella stessa Francia, perché superati dal matrimonio.

Non solo il crollo del comunismo, ma anche la fine dell’era berlusconiana impone di rimeditare la destra e la sinistra italiane. Non tanto per questi eventi in se stessi, che in fondo rappresentano solo delle semplificazioni storico-temporali, quanto per il fatto che non c’è chi non si accorga di come il primo secolo del terzo millennio sia già enormemente distante da quello scorso. Il Paese non va. E non va perché non riesce a rinnovarsi, a stare al passo con i tempi, non sa dare le risposte giuste, perché non individua i veri problemi di una società che è mutata radicalmente, in tempi brevissimi.

Renzi corre. Sta rimeditando la sinistra, lasciando a pochi nostalgici quelli che erano i capisaldi novecenteschi della sinistra mondiale. Sta rimettendo in discussione la Costituzione partigiana, la pubblica amministrazione, addirittura il sistema giudiziario, parla di merito (!), di piccole rivoluzioni, in un partito che è massimamente conservatore dello status quo. A molti italiani, anche non di sinistra, Renzi piace.

E la destra che fa? Sta ferma. Con la probabilità che il buon Matteo la manderà all’opposizione per almeno due legislature.

L’Italia, nella sua storia nazionale, ha conosciuto due tipi di destra, una di matrice liberista, l’altra di matrice fascista. La prima è quella ottocentesca, la cosiddetta destra storica italiana che ha posto all’angolo la Chiesa cattolica defraudandola anche sei suoi possedimenti. La seconda è quella novecentesca che ha siglato con la Chiesa i Patti lateranensi del 1929, intaccando, di fatto, il carattere laico dello Stato italiano. Dopo abbiamo conosciuto la destra berlusconiana, ma questa è storia recente. Esiste una possibile e nuova connotazione della destra italiana che sappia dare risposte nuove a nuovi problemi?

E’ questo il momento delicatissimo nel quale anche la destra deve aprire al suo interno un dibattito culturale e politico serio e profondo su che genere di destra essa stessa voglia essere e su che Italia immagina per i prossimi decenni. L’era berlusconiana si sta chiudendo. Può aprirsi, quindi, un nuovo orizzonte a persone e idee nuove. C’è bisogno di innovare il Paese, passando per un’opera di rinnovamento dei partiti tutti. C’è da ridiscutere radicalmente la forma di Governo, la Costituzione, la pubblica amministrazione, la giustizia, il sistema del credito, il fisco, il mondo del lavoro, ma anche mutare un atteggiamento culturale che sia maggiormente rispettoso delle varie minoranze che popolano il nostro Paese. E sì, in questo senso, anche i cosiddetti temi etici non possono non essere oggetto di un ripensamento.

Solo gli idioti non cambiano idea, diceva qualcuno.

Articolo commissionato e pubblicato

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