Diritto e politica

Referendum 2016 (parte 2_il bicameralismo)

bicameralismo-paritarioDopo aver fatto alcune premesse (dovute) nell’articolo precedente (parte 1), entriamo nel merito delle questioni oggetto del referendum costituzionale che andremo a votare il 4 dicembre.

Partiamo dal “bicameralismo”.

Come è oggi: la funzione legislativa è svolta dalle due Camere (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica). I due rami del Parlamento devono approvare il medesimo testo di legge, non una virgola deve risultare diversa! Questo è il bicameralismo perfetto o paritario (in quanto le camere compartecipano in eguale misura alla formazione delle leggi). Non solo: si ricordi che il Governo non è eletto dal popolo, ma deve ottenere la fiducia del Parlamento, il che implica il voto favorevole di entrambe le Camere.

Direi che se non ragioniamo sul perché nel 1948 fu assunta quest’opzione non capiamo il senso di un apparente duplicazione di funzioni. Il bicameralismo perfetto fu scelto allora perché si era usciti da un regime autoritario (il fascismo). L’eccesso di rigidità doveva rappresentare uno degli antidoti a che le cose non si ripetessero. La legge è l’atto principe nell’ordinamento giuridico, quindi, una doppia valutazione poteva non essere così peregrina. Inoltre, si ricordi che Camera e Senato, sebbene siano chiamate a fare la stessa cosa, hanno una diversa composizione: l’età media dei rappresentanti è diversa (dai 18 anni in su per la Camera, dai 40 in su per il Senato). Nella sostanza, come dire che gli anziani avrebbero potuto calmierare gli ardori giovanili. Ci sono poi altre diversità più tecniche, ma le tralasciamo in questa occasione.

Come sarà dopo la riforma (se passa): dal 1948 a oggi sembrano passate ere geologiche, per la velocità e le tecnologie con le quali il mondo si muove. Il bicameralismo perfetto è ormai da più parti criticato anche perché si sono verificate storture, come il fenomeno della c.d. navetta (il passaggio da una camera all’altra del testo di legge di volta in volta modificato), che allunga a dismisura l’approvazione delle leggi. La riforma, in effetti, risponde a questa esigenza, tuttavia lasciando il bicameralismo (due camere), seppure privo la sua “perfezione”. Vediamo come:

1. Anzitutto, il Senato rappresenta le istituzioni territoriali. Il che significa che solo alla Camera, che non muta nella sua composizione e funzione, spetta la titolarità del rapporto di fiducia e la funzione di indirizzo politico, nonché il controllo dell’operato del Governo.

2. Secondo, la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi costituzionali, le minoranze linguistiche, il referendum popolare, le leggi elettorali, i trattati con l’Unione europea e le norme che riguardano i territori. Le altre leggi sono approvate dalla Camera, che sono immediatamente trasmesse al Senato. Questo, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi può deliberare a maggioranza assoluta proposte di modifica del testo, sulle quali, però, la Camera si pronuncia in via definitiva e che potrà bocciare solamente con un voto a maggioranza assoluta dei propri componenti.

Cerchiamo di riepilogare in modo semplice: a) il Senato perde il rapporto diretto con il Governo e diventa sede degli interessi locali, b) è chiamato a legiferare con la Camera, in eguale posizione, solo su un numero limitato di materie, c) per tutte gli altri ambiti ha solo la possibilità di “invitare” la Camera a ripensarci, ma tale invito non necessariamente dovrà essere ascoltato.

Può questa modifica garantire efficacia ed efficienza al Parlamento italiano? A voi la valutazione.

(Seguirà un altro articolo sulle altre questioni di merito della riforma)

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