Ipse dixit

Inglesorum di ritorno?

forestierismi

Nell’ultimo articolo ho scritto della mia battaglia (si fa per dire, ovviamente, perché non c’è nessuna guerra in corso) che mi vede contro l’uso smodato dei forestierismi.

In alcuni gruppi facebook cui partecipo e con alcuni amici se ne è dibattuto e sono emerse interessanti considerazioni, tali da volerle riportare qui, anche nel tentativo di chiarire meglio il mio pensiero.

Tutto è partito dall’osservazione di coloro che, difendendo la “libertà” di usare le parole straniere nella lingua parlata (ma anche scritta, sui social network per esempio), hanno replicato che la difesa dell’italiano a tutti i costi suscita in loro il ricordo del fascismo.

E’ bene rispondere a questa osservazione.

Anzitutto, la mia contrarietà all’uso delle parole straniere non è “a tutti i costi” e soprattutto non è un’imposizione. Desidero solo provocare e magari invitare a ragionare su un comportamento invalso da un po’ di tempo. Citare il fascismo è, quindi, fuori luogo poiché ne mancano del tutto i presupposti.

Personalmente, ritengo che scrivere sul computer usando il mouse, sia oggi difficilmente traducibile con scrivere al calcolatore elettronico con il topolino! Tuttavia, ritengo altresì che scegliere una cover rossa perché è very cool sia totalmente inutile oltre che cacofonico: “una copertina rossa è molto figa”, soprattutto se scritto e detto in italiano!

Va aggiunto che in Europa gli altri paesi fanno un uso molto ridotto di questi termini, eppure non risulta siano governati da regimi fascisti. Semmai, direi che noi abbiamo il classico complesso di chi sente il dovere di scusarsi per qualcosa: così per negarlo si butta sul versante opposto. Comportamento comprensibile, istintivo, ma irrazionale. Oltretutto, all’estero l’inglese lo parlano notoriamente meglio di noi e questo dimostra che una serie di parole inglesi in un contesto italiano non ci fa più preparati di altri. Anzi, tutto il contrario!

E qui vengo al secondo punto. Quali sono i rischi culturali e finanche democratici dietro questo atteggiamento?

Un amico mi ha recentemente raccontato di essere stato a un corso di formazione aziendale: ogni tre parole ne veniva usata una inglese, con la scusante che fosse intraducibile. Lui stesso che non ha in odio come me questa pratica e che l’inglese lo conosce mi ha confessato di avere avuto difficoltà a comprendere tutto. Addirittura, tornato in azienda, ha dovuto spiegare ai colleghi molti dei concetti appena ascoltati. Come si chiama questo? Analfabetismo di ritorno? Potrebbe, ma io ritengo che ci sia anche un altro rischio più subdolo.

Ricordate il celeberrimo latinorum manzoniano? Il povero Renzo veniva raggirato con una serie di termini latini che non era in grado di comprendere: in verità l’azzecca garbugli non voleva farsi capire!

La prassi di usare i termini stranieri avviene anche in politica e nelle istituzioni: il ministero del welfare, il job’s act, ecc. Quanti sono in grado di comprendere appieno queste parole? Già le norme sono incomprensibili ai più, figuriamoci se definite in un lingua non nostra.

Tuttavia, a lungo andare, anche dire cover al posto di copertina, o stand by invece di attesa, work out piuttosto che allenamento, nei luoghi di lavoro o altrove, senza capire e percepire davvero le varie sfumature delle parole usate ci lascerà sempre vagamente ignoranti e dipendenti da chi quelle parole le conosce bene (perché sono della loro lingua).

Direi che questo è fascismo! Non il contrario.

Mi si dirà che sto esagerando, eppure da più parti si denuncia, soprattutto nei più giovani, una sostanziale ignoranza della lingua italiana. E, inoltre, credo che le analisi non vadano fatte oggi per oggi, quanto oggi per le conseguenze che producono negli anni a venire.

Ovviamente il discorso sarebbe diverso se tutti noi conoscessimo benissimo sia l’italiano sia l’inglese… ma è questo il caso?

 

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One thought on “Inglesorum di ritorno?

  1. Lo trovo un ottimo pezzo, questo, e ti lascio una mia considerazione. Sull’evocazione del fascismo, nel parlar di tutela della lingua, hai sviscerato il problema (tra l’altro un tabu che si ritrova anche in Germania dove i ricordi delle difese delle nazionalità riportano al nazismo). Ma il fatto che il fascismo sia stato il solo esempio di politica linguistica (con imposizioni deprecabili e che nessuno vorrebbe riprendere) non significa che non si possano fare politiche linguistiche diverse ed efficaci. Questa confusione che sovrappone le due cose è da cambiare. La questione va rivista, il problema è di tutelare il patrimonio linguistico che stiamo depauperando, numeri alla mano, esattamente come si tutetla quello artistico o gastronomico (su questo nessuno ha da ridere mi pare). E le vecchie controversie tra “puristi” rigidi e innovatori aperti alla modernità sono da ridefinire, qui la questione è del rapporto e della convivenza tra globale e locale… e di evitare che l’italiano diventi una sorta di dialetto, un segno di arretratezza nel via verso un monolinguismo internazionale che si chiama inglese. e poi di evitare di finire per masticare un ibrido itanglese che dipende proprio dal fatto che l’inglese da noi è poco conosciuto, e per sentirci più americani si finisce per fare come nella canzone di Carosone…

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