Ipse dixit

Anche la Consulta sull’italiano

Italiano_DanteE così anche la Corte costituzionale intervenne sul tema.

Quale tema? Quello che denuncio da tempo: difendere l’italiano!

Da qualche tempo l’uso delle parole straniere si è fatto più pressante, quasi asfissiante, se non addirittura intollerabile. E la domanda è: sei sempre stato in grado di comprendere quel che dicono? Oppure, leggendo un articolo di giornale o, peggio, un testo istituzionale, oppure semplicemente guardando una trasmissione televisiva, non hai capito proprio tutto?

Eppure parli e leggi in italiano, vivi in Italia, ma sembra che se non sai quelle quattro o più parole straniere (prevalentemente inglesi), oltre a non essere alla moda, non sei più in grado di capire o di partecipare alla vita collettiva.

Qualche esempio di uso comune: il villain sarebbe il cattivo nei film, work out avrebbe sostituito l’allenamento in palestra, stand by sarebbe stato rubato dai computer per significare l’attesa, il welfare rappresenta il benessere e ne hanno addirittura creato un ministero, il job’s act è la ormai celeberrima legge sul lavoro di Renzi. Ecco: ti fanno sentire fuori moda, magari con la scusa della globalizzazione o della internazionalizzazione.

Il mese scorso la Corte costituzionale (che accerta la legittimità delle leggi emanate dal Parlamento o dai Consigli regionali) ha ribadito, invece, la primazia dell’italiano, almeno in contesti come quello del caso di specie: i corsi universitari. La Corte costituzionale ribadisce che “la lingua italiana è dunque, nella sua ufficialità, e quindi primazia, vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale, tutelate anche dall’art. 9 Cost” (sentenza del 21/02/2017, n. 42). Nello specifico, infatti, si volevano istituire corsi universitari nella sola lingua inglese.

La Consulta approfondisce il concetto: “la progressiva integrazione sovranazionale degli ordinamenti e l’erosione dei confini nazionali determinati dalla globalizzazione possono insidiare senz’altro, sotto molteplici profili, tale funzione della lingua italiana: il plurilinguismo della società contemporanea, l’uso d’una specifica lingua in determinati ambiti del sapere umano, la diffusione a livello globale d’una o più lingue sono tutti fenomeni che, ormai penetrati nella vita dell’ordinamento costituzionale, affiancano la lingua nazionale nei più diversi campi. Tali fenomeni, tuttavia, non debbono costringere quest’ultima in una posizione di marginalità: al contrario, e anzi proprio in virtù della loro emersione, il primato della lingua italiana non solo è costituzionalmente indefettibile, bensì – lungi dall’essere una formale difesa di un retaggio del passato, inidonea a cogliere i mutamenti della modernità – diventa ancor più decisivo per la perdurante trasmissione del patrimonio storico e dell’identità della Repubblica, oltre che garanzia di salvaguardia e di valorizzazione dell’italiano come bene culturale in sé”.

Ora sorge un dubbio. A detta della Corte costituzionale, l’italiano è un bene culturale. Il nostro patrimonio culturale sappiamo bene in quale condizione di conservazione versa. Dunque, proprio perché la lingua italiana è un bene culturale che ce la stanno massacrando?

 

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