Ipse dixit

Viaggiare, che passione!

(Racconto breve che ha superato la fase delle qualificazione di un torneo letterario – il Team World Contest 2017 sul portale letterario Meetale)

Viaggiare, che passione

Sono un sagittario e questo per molti è sufficiente a giustificare il mio desiderio di viaggiare.

Ho iniziato da bambino con la Grecia e la Francia, che associo sempre perché di entrambe ricordo solo le immagini che mi replicano le foto di allora. In Francia ci sono tomato, in Grecia mi prometto di farlo presto.

Seguirono vari viaggi italiani di cui ricordo poco o nulla, ma rammento benissimo ciò che li caratterizzava tutti: la disperata partenza. Nulla poteva rendere eccitante i nostri viaggi come la partenza. Dico “nostri”, perché a quei tempi i viaggi si facevano rigorosamente con i genitori o tutt’al più con i loro amici. Per quanto mi riguarda, rammento la mia pigra attenzione a tutto ciò che mi circondava e che, a dispetto di lutto, sentivo distante.

La sera prima il Generale e la Vivandiera si accordavano sull’orario di partenza. Ciò implicava la consultazione delle previsioni del tempo in televisione, il calcolo delle prevedibili conseguenze legate alla stagione, nonché la stima dei possibili inconvenienti, ovvero la variabile che tormentava il sonno dei due.

Stabilita a fatica l’ora di partenza, cominciava il calcolo a ritroso per determinare l’ora su cui posare le lancette della sveglia (non che ce ne fosse mai stato il bisogno, dato che i due l’anticipavano sempre con largo margine). In genere, comunque, la sveglia era prevista ben quattro ore prima. Cosa mai si dovesse fare in quel lasso di tempo è cosa che ancora non mi è chiara.

Le valigie, infatti, erano già state preparate con estrema cura da tempo, spesso scientificamente ordinate il giorno prima nel bagagliaio dell’auto, quest’ultima parcheggiata nel garage dell’amico… “meglio stare sicuri!”

Su questi due fatti, in particolare, ricordo i pomeriggi del giorno prima come un infausto avvenimento cui tentavo in tutti i modi di sfuggire, ma che, come accade per le sabbie mobili, più mi agitavo, più ne rimanevo immischiato. “Eccolo il solito sfaticato e viziato”, era infatti il frequente commento che mi seguiva qualora tentassi di svincolarmi dalla morsa dell’organizzazione.

Dalla preparazione delle valigie ero, tuttavia, esentato (d’altronde era ancora il tempo in cui indossavo ciò che mi comprava la mamma), mentre non altrettanto potevo permettermi per la geometrica distribuzione delle valigie nel bagagliaio. Immagino che ci fosse un fine pedagogico in quell’obbligo: sarebbe un giorno toccato a me dovermene occupare per la mia famiglia? Forse sì, comunque allora non vedevo il problema: non avrei perso più di cinque minuti nel posizionare le valigie rigorosamente “a casaccio”. Invece, “non se ne parla neppure!” Ogni volta il mio personale approccio distributivo era rigettato, talché, cominciando dalla valigia più grossa a quella più piccola, si procedeva ordinatamente.

Il Generale le voleva tutte davanti a sé e, con rapido sguardo calcolatore, le prendeva una a una. Dopo di che (talvolta tornando indietro), le sistemava senza lasciare lo spazio per un topolino che avesse mai voluto accompagnarci. Io stavo lì che guardavo, ma che non dovevo fare alcunché perché nessuna delle mie proposte era ritenuta praticabile. Quindi, alla fine, il mio fondamentale apporto si riduceva a fare lo spettatore. Mi domandavo già allora: ma se me ne fossi rimasto a casa? No! Con tutta probabilità, sarei stato tacciato di essere il “solito sfaticato e vizialo”.

Infatti, la tensione, che li attanagliava da giorni, raggiungeva il suo culmine proprio il giorno prima della partenza. Il Generale ingurgitava più caffè di quanto la Vivandiera riuscisse a preparare, la quale, per suo contro, nonostante non riuscisse a mangiare nulla perché aveva “lo stomaco chiuso”, era occupata con costanti peregrinazioni al bagno, come se d’un tratto le si fosse aperto qualcosa d’altro.

Io li guardavo e ne subivo le conseguenze: il latte finiva di prima mattina, il bagno era inaccessibile, nessuno mi dava ascolto, ma, circa un ‘ora prima della partenza, ero ammonito del fatto che non sarebbe stato tollerato neppure un minuto di ritardo.

Allo scoccare dell’ora fatidica, infatti, il Generale attendeva impaziente sull’uscio dell’ingresso. L’ultima a sopraggiungere era la Vivandiera, che si recava all’appuntamento con aria pensosa: “cosa sto dimenticando?” Purtroppo, se ne sarebbe ricordata solo in auto. Questa, infatti, era una costante che il Generale, inspiegabilmente, dimenticava di inserire nel piano d’azione del giorno prima e che viveva come una sorta di congiura alla sua persona. La caffeina, ormai in circolo da tempo, produceva effetti devastanti sull’equilibrio del pover’uomo, il quale dava in escandescenze per i cinque minuti che avremmo perso a causa di quella imperdonabile leggerezza. La Vivandiera, però, aveva dimenticalo i documenti e non si poteva fare altro che attendere.

Una volta ridiscesa, il viaggio riprendeva con il solo rumore dei motori, mentre in cabina dominava un silenzio glaciale. Qui entravo in gioco io, con il mio fondamentale apporto (finalmente!), ovvero rompere il ghiaccio e fare, con voce rotta, qualche sciocca osservazione o qualche inutile domanda del tipo: li hai trovati i documenti? (certo che se avessi avuto maggiore fantasia, forse avrei evitato di raggelare ancor di più l’atmosfera). Tuttavia, non demordevo, sicché con rinnovato vigore, davo luogo al mio migliore repertorio di banalità che, comunque alla fine, raggiungeva lo scopo desiderato: si ricominciava a comunicare.

Il resto del viaggio, in genere, procedeva, tranquillamente (a parte qualche “stronzo ” o altro simpatico epiteto della stessa natura da parte di mio padre a coloro che ci superavano a destra o lo infastidivano nel guidare). L’arrivo era come una liberazione (soprattutto per mia madre), anche se per me c’era ancora l’onere dello “scarica valige”. Ecco come facchino andavo benissimo!

 

Sono trascorsi tanti anni da allora, i miei genitori viaggiano meno frequentemente. Indubbiamente, non vivevano l’evento con troppo piacere. Io, invece, non ho perso il gusto di viaggiare con o senza l’auto, ormai senza di loro. Tuttavia, mi è capitato di accompagnarli verso i loro soliti luoghi di villeggiatura e vederli alle prese con i problemi di sempre, mi dà l’illusione che, in fondo, il tempo non sia affatto passato.

 

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