Ipse dixit

Prologo di “Ritrovarsi, forse” (Lorenzo)

Lorenzo

Lorenzo era per strada, smarrito, mentre il sole feriva i suoi occhi già martoriati dalle lacrime. Il suo sguardo chiaro era inespressivo, perso.

Era appena uscito dall’ospedale. Non ci sarebbe dovuto neppure andare, se non fosse stato per quella febbre che non andava via e che considerava solo come stanchezza per il troppo lavoro delle ultime settimane. Il dottore non ne era convinto. Volle fare alcuni accertamenti. Alla fine, aveva avuto ragione quest’ultimo.

Vide passare un taxi. Lorenzo lo prese e indicò al conducente l’indirizzo di casa. Guardava dal finestrino, come fosse sul treno. Era assente. Gente che camminava, negozi aperti, macchine ferme ai semafori, alberi fluttuanti al vento. Tutto era muto, sebbene mostrasse vita. Quel mondo sembrava distante, non lo riconosceva più come il proprio, eppure gli era appartenuto, almeno fino a pochi istanti prima.

Lasciato di fronte al portone di casa, salì lentamente le scale con una fatica che non conosceva. Aprì la porta e, soprappensiero, la richiuse dietro di sé. Accese la luce e si fermò a guardare, come fosse stata la prima volta, quella che era la sua abitazione, ma in verità solo per riprendere fiato. Tutto era rimasto come l’aveva lasciato. Il tavolo accostato alla parete era ancora imbandito con le stoviglie della sera prima, l’angolo cottura in disordine, il divano alla sua sinistra che reclamava un’energica sprimacciata e le persiane della finestra ancora serrate.

Lentamente si sfilò i vestiti. Rimase nudo. Si guardò, dall’alto verso il basso: il petto, l’addome, il sesso, la punta dei piedi. Sembrava non si fosse mai visto. Era quasi del tutto glabro. Sentiva il desiderio di toccarsi, ma il timore di farlo era più forte. “Cosa sono diventato?”, si chiese. Provò a poggiare i palmi delle mani sull’addome. Rabbrividì al contatto e, come se scottasse, allontanò velocemente le mani e le braccia.

Si mosse verso la radio, l’accese e spense la luce.

Il buio lo avvolse, atteso e improvviso allo stesso tempo. Inerme, attendeva di penetrarlo con lo sguardo. Solo lentamente, spiragli di luce cominciavano a emergere dalle fessure delle persiane. Lorenzo era al centro della stanza. Le pupille si dilatarono, mentre iniziava a vedere nel buio della stanza. Sembrava essere calato anche il freddo. Muoveva il collo, la testa e distendeva i muscoli. Provava dolore.

Sentiva le onde della musica che, propagandosi, lo investivano. Come una fiera in preda al panico, le orbite scattavano furtivamente. Vibrava, forse rabbrividiva al pensiero di ciò che era diventato. Prese a muoversi. Prima le mani, poi i piedi, poi ancora le braccia, le gambe, il bacino, il collo. Il movimento aumentava al ritmo della musica, che si faceva sempre più insistente. Menava fendenti in aria, per ogni dove. La bocca si storceva, muta. Eppure credeva di gridare. Si contorceva con l’incalzare frenetico e martellante delle note, mentre pensava che quella nuova condizione non lo avrebbe più lasciato. La musica imperversava.

Prese un bicchiere dal tavolo. Poi, d’improvviso, con un ampio gesto lo scaraventò violentemente contro il muro. S’infranse in mille pezzi. Di scatto, ne prese un altro e voltandosi verso il lato opposto della stanza lo lanciò con forza contro un vaso di fiori secchi e lo vide infrangersi in mille pezzi. I fiori caddero, assieme ai cocci. Prese un piatto, poi un altro e un altro ancora. Li fece roteare verso le pareti della stanza, il soffitto, il pavimento, che ormai era ricoperto di schegge. La musica rombava allegra.

Non sarebbe mai guarito da quel mostro che abitava, con lui, il suo corpo. Gemeva, senza riuscire a urlare. Non sentiva più forza nelle braccia, nelle gambe, dentro di sé. Improvvisamente, non riusciva a muoversi. Pensava a se stesso come a qualcosa di altro e diverso. Il cuore batteva all’impazzata. Il respiro affannava. La musica era assordante.

Poi, d’improvviso, Lorenzo prese a ridere, poi a piangere, poi a ridere di nuovo. Il suo viso regolare, dagli zigomi alti e pronunciati, si storceva in un’espressione che non era né di sorriso, né di pianto. Avrebbe voluto che il cuore esplodesse e con esso il mostro. Ecco, pensò, questa è la soluzione: farla finita. Era lì, accasciato a terra, solo con se stesso. Eppure, ancora vivo.

La musica riprese, con lo stesso ritmo, con la medesima ossessione, con lo stesso volume.

Lorenzo era esausto. Cominciava a sentire un senso di nausea che lo spinse a fatica verso lo stereo, per spegnerlo. Fermò tutto.

Piombò il silenzio.

La testa girava. Le orecchie fischiavano. Il cuore picchiava alle tempie.

Voleva ridere. E ancora una volta pianse. Si guardò in giro e solo allora si accorse di avere i piedi sanguinanti. Stranamente, non provava dolore. Non sentiva nulla. Era svuotato. La sua mente era altrove, lontano dal suo corpo, dal suo mondo, dalle sue speranze.

Fissava i suoi piedi, li guardava come se non fossero stati i suoi. Rimase fermo, rigido, con uno strano ghigno sulla bocca.

Si lasciò andare, adagiandosi al muro, fino a quando, esausto, perse i sensi.

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