Diritto e politica

Chi ha paura di Paolo Savona?

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Iniziamo con il dire che non conosco Paolo Savona. Ma non è di lui che in effetti voglio parlare, quanto di ciò che egli oggi rappresenta e di coloro che non lo vogliono al Ministero dell’economia.

Paolo Savona è attualmente diventato un simbolo “anti Europa” (la formazione del Governo si è arenata proprio per colpa sua!). Ciò sembra sia dovuto per alcuni suoi scritti contro la Merkel e la Germania. Da quelle parti, infatti, sono già arrivate bordate (via stampa) con le quali ci accusano di essere scrocconi, ovvero che vogliamo fare la bella vita in barba ai laboriosi tedeschi.

Dall’altra parte della barricata, ci sono i nostri che ovviamente si ribellano a questo modo di rappresentarci e si convincono nelle posizioni antieuropeiste: quelli di Bruxelles&Co, dicono, sono come Dracula, voglio dissanguarci!

Poi c’è quell’altra parte dei nostri, apparentemente molto saggia, che ci avverte che se rompiamo con l’Europa, lo spread sale, i mercati fibrillano e noi ce la vedremo molto male. Tutto ciò è già colpa di chi solo propone un uomo come Paolo Savona al Governo.

La cosa buffa è che hanno ragione un po’ tutti! O meglio, ci sono ragioni per ciascuna di queste tesi. Ma il fatto è che ciascuno di loro ne omette un’altra parte.

Non è facile districarsi in questi contesti economici, ma credo che per capire cosa stia succedendo dal 2011 a oggi (diciamo che dal 2011 la cosa è diventata nota a tutti, ma le cause sono ben più risalenti) sia necessario partire da una semplice dinamica che tutti conosciamo: il rapporto debitore/creditore.

Immaginiamo la situazione più semplice: un debitore chiede soldi per un proprio interesse (non è detto che sia una necessità) a un creditore, ovvero colui che prestando denaro conta di guadagnarci (lasciamo il buonismo ad altri, qui stiamo solo parlando di una operazione economica). Il guadagno sta nel tasso di interesse che il creditore applicherà al debitore per il periodo del prestito. Alla fine di quello stesso periodo, il creditore vorrà vedersi restituita anche la somma prestata.

Ora supponiamo che qualcosa vada male e il debitore non sia nelle condizioni di pagare l’interesse e restituire il capitale prestato. Che succede? Se il creditore è un criminale, il debitore farà una brutta fine, ma se, invece, il creditore è una persona che agisce secondo diritto, il debitore verrà portato in giudizio e sarà costretto a vendere i propri beni per poter restituire la cifra richiesta (con gli interessi).

Dunque, torniamo a noi. L’Italia è proprio quel debitore che ha chiesto per decenni denaro per dare tutto a tutti (mi si perdoni la semplificazione), ben oltre le nostre effettive possibilità. Il nostro creditore è l’Europa (ma a ben vedere sono le banche dei Paesi del nord Europa) che ora ci chiede il denaro indietro (anche perché il creditore è intelligente e ha notato che invece di essere più ricco, l’Italia è più povera e quindi è a rischio solvibilità, il che vuol dire che potremo non essere in grado di restituire i soldi prestati). In più, ci siamo costretti in un meccanismo (quello europeo appunto) che vincola la nostra possibilità di manovra (prima si agiva sulle leve monetarie e fiscali).

Facciamo il primo punto. Fin qui, chi ha ragione? Direi l’Europa! Perché se è vero che i debiti vanno pagati, noi abbiamo un debito e dobbiamo impegnarci ad assolvere gli impegni assunti.

Però, non è proprio così semplice. Facciamo un passo in avanti, partendo da quanto detto all’ultimo: l’Italia mostra segni di non essere in grado di ripagare il debito (per la verità i segni sono ormai molti). Ecco qua che lo spread sale! Lo spread infatti è una sorta di indicatore di fiducia dei mercati sull’affidabilità di un Paese a pagare i propri debiti. Se non diamo fiducia, lo spread sale. Ma sale perché il creditore chiede soldi e noi non li abbiamo. Un cane che si morde la coda: meno fiducia di assolvere il debito dai e più il cappio ti si stringe alla gola perché sei costretto a chiedere altri soldi, ma a tassi di interesse superiori.

Quale soluzione? La soluzione che l’Europa (leggi il creditore) impone è la cosiddetta austerity: gli Stati riducano i vantaggi per i propri cittadini per assolvere ai propri impegni, ovvero al creditore!

Insomma, davvero sfamare i poveri per arricchire le banche? Come dicono alcune fazioni politiche. C’è del vero, ma è vero anche quanto abbiamo detto prima: il creditore rivuole i suoi soldi prestati vari anni fa. Ed è anche vero che si potevano fare delle riforme per tagliare gli sprechi, equilibrare la ricchezza prodotta e mettere i conti in ordine. Ma non è stato fatto!

Allora facciamo il secondo punto: Chi ha ragione? Beh, anche i cosiddetti populisti hanno ragione: uno Stato può arrivare a togliere il cibo dalla bocca dei suoi cittadini per darlo a un creditore (qualunque esso sia)? E’ eticamente corretto che lo Stato ragioni in questo modo? I dubbi cominciano a sorgere. Ma dall’altro lato, sempre nell’ottica dello Stato, se non è in grado di assolvere ai propri impegni, può risultare credibile in un contesto internazionale (anche nel richiedere ulteriore denaro per finanziare gli stipendi o lo stato sociale, per esempio)?

E’ davvero una situazione complessa. Come se ne esce? Questo è il domandone. C’è una risposta certa a carattere economico? No! L’economia non è una scienza esatta e peraltro ci sono economisti di fama internazionale che hanno posizioni contrapposte. Ma come si può capire da quanto descritto sopra, la risposta a questa domanda non può essere meramente economica, essa deve essere politica!

E qui arriviamo al terzo punto: possiamo farci imporre la soluzione dal creditore? Direi che la soluzione sarà ovviamente a suo esclusivo vantaggio.

Possiamo prendere in considerazione solo gli interessi del debitore (ovvero i nostri)? Certo che possiamo, ma dobbiamo accettare il fatto che ci saranno delle conseguenze e che queste potrebbero non essere piacevoli: perderemo credibilità, nessun altro creditore ci presterà più soldi e dovremo davvero rimboccarci le maniche.

C’è una terza via? Certo che c’è, quella nella quale finalmente dopo anni di mala gestione della politica europea (e di quella interna), l’Italia deve andare in Europa non per fare presenza e dire sì a tutto, ma per porre al tavolo le questioni aperte, ovvero se stessa, il suo debito e la soluzione immaginata, che deve anzitutto tutelare i propri cittadini e garantire (dignitosamente) l’immagine dello Stato.

Quale sia questa soluzione è di competenza della politica, coadiuvata dagli economisti: è l’arduo compito che spetta a un saggio Governo e un saggio legislatore.

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One thought on “Chi ha paura di Paolo Savona?

  1. Come sempre il tuo articolo è scritto in un modo bellissimo, hai reso un argomento complesso molto chiaro e conciso, e tutti possono leggerlo e capire meglio la situazione politica. Grazie

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