Diritto e politica

Immigrazione e politica: dov’è la seconda per la prima?

migrants-EU

Mi permetterò anche io di parlare di immigrazione, un tema così attuale e così divisivo.

Vorrei scriverne non per associarmi alle posizioni di qualcuno o per scagliarmi contro quelle di qualcun altro, ma per cercare di andare oltre rispetto ai “pronunciamenti” emozionali che si sono letti in queste settimane, a seguito della politica assunta dal neo Ministro degli interni.

In primo luogo, vorrei ripetere una cosa che dicevo da circa due anni: secondo me la sinistra ha perso le elezioni sul tema dell’immigrazione. Le sta continuando a perdere su questo argomento, visto che Salvini, che si è proposto all’elettorato italiano per una politica di respingimenti, continua a vincere (vedi le successive elezioni amministrative). In realtà, se ne era accorta la stessa sinistra, che aveva messo all’ultimo momento (ma troppo tardi) il ministro Minniti al Viminale, nel tentativo di far dimenticare la pregressa “non politica” sulla immigrazione. Con una nuova politica di accordi internazionali, i dati ci hanno detto che gli sbarchi sono diminuiti.

Ma come ha dichiarato Calenda in una puntata di 8 e mezzo su La7, la sinistra non poteva troppo sbandierarlo perché un certo elettorato e una certa intellighenzia intendono la sinistra un partito “religioso”, che come il Papa non ammette soluzioni mediane, ma solo di principio: accoglienza! Senza soppesare alcun altro interesse in gioco.

La politica, che si trasforma in diritto una volta che il Parlamento si esprime, determina le scelte di uno Stato e serve essenzialmente a prevenire e risolvere i conflitti. Si tratta di conflitti tra interessi diversi, finanche opposti, che possono anche essere tutti leciti e riconosciuti come meritevoli di tutela dall’ordinamento giuridico. La capacità di prevenire conflitti (prima ancora che questi esplodano) è compito della “buona” politica e dei “bravi” politici. Un buon politico, lo si misura dalla sua capacità di prevedere e prevenire le situazioni di rischio. E nel fare ciò, è necessario avere un approccio laico e tutt’altro che religioso.

Detto questo, e venendo ora al nostro tema, l’interesse di un individuo a volere una vita migliore è di per se sufficiente affinché possa essere considerato dall’ordinamento giuridico come un diritto? Sicuramente sì, ma è l’unico in gioco? O anche questo va commisurato e parametrato agli altri interessi in gioco? Ovvero, ci sono altri interessi altrettanto legittimi che potrebbero subire un effetto negativo, inficiando la pace sociale, che già di per se stessa è un equilibrio precario?

Forse un esempio può essere chiarificatore di ciò che intendo dire. Supponiamo di avere da un lato un mercante di frutta e dall’altro un pover uomo che non ha neppure i soldi per comprarsi una mela. Come va a finire? Che il povero ruba la mela al mercante. Ovvio, no? Questo è un piccolo conflitto sociale, nel quale però c’è un elemento caratterizzante la situazione descritta: entrambi i contendenti hanno ragione: il mercante perché ha subito un furto e il povero perché deve mangiare per sopravvivere.

Ebbene è compito della politica prevenire situazioni di questo tipo, dove entrambi i contendenti si trovano a subire un torto, ma allo stesso tempo entrambi i contendenti hanno ragione.

Che fare in una situazione di questo tipo? Chiudere un occhio? O fare il tifo per uno o l’altro? Il tifo ci sarà sempre, ma lasciamolo negli stati o, oggi, nei cosiddetti social. La politica è la sede per il confronto razionale e deve agire per eliminare le condizioni che possano portare al ripetersi di un fenomeno di questo tipo.

Ecco, dell’immigrazione si può dire qualcosa di simile.

Fino a oggi l’Italia non ha avuto una politica né sulla immigrazione né ancor meno sull’integrazione di coloro che accoglie. Accogliere tutti indistintamente, significa non avere una politica e soprattutto significa alimentare altri conflitti come quello descritto sopra. Non solo. L’accoglienza “a prescindere” porta con se molte ulteriori conseguenze rilevanti: disperati che entrano senza un lavoro finiranno con trovare ad accoglierli o la malavita o lo sfruttamento. In entrambi i casi, ci saranno ulteriori conseguenze negative: nel primo caso sono ovvie, nel secondo condurrà a una concorrenza indebita e illegale sul costo del lavoro fino al punto di mettere in seria difficoltà anche i diritti garantiti negli anni ai lavoratori.

Tutto questo senza considerare due ulteriori aspetti. Uno è di carattere economico, che certo pochi dicono perché, di fronte ad alcune immagini, è quanto meno difficile sostenere ragioni di cassa: tenerli in strutture finanziate dallo Stato senza che costoro siano minimamente messi nelle condizioni di integrarsi e interagire con il resto della società, anche al fine di essere produttivi, è un gran danno all’economia del nostro Paese. Inutile, fare i buon samaritani: alla fine tutti siamo tenuti a fare in famosi conti della serva. Soprattutto, da quando così insistentemente ce lo chiede l’Europa. E qui arriviamo al secondo aspetto: è mai possibile che in tutto il Vecchio continente, l’Italia debba essere considerata un campo di accoglienza di immigrati? E’ questa l’Europa che abbiamo immaginato? Che non sono non trova soluzioni ai problemi, ma ne crea a un suo stato membro?

La politica è una cosa seria (o dovrebbe esserlo). Di certo è qualcosa di razionale e non emotivo.

Non sono in grado di dire se la politica di Salvini sia quella giusta, di certo la non politica precedente ha fatto molti danni: anche quello di portare all’esasperazione gli italiani (che mi si permetta di dire non hanno nel loro DNA il razzismo). Di certo, però, si può aggiungere che è molto più facile dire “andate via” o comunque respingere, piuttosto che creare le condizioni non tanto e non solo per una accoglienza misurata, quanto soprattutto per una integrazione efficiente.

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