Amori e sentimenti

La finzione, un modo di vita

Nella vita ho avuto sicuramente la tentazione di dovermi mostrare più piccola di quello che sono per potermi sentire a mio agio dentro una relazione, che le cose avrebbero potuto funzionare meglio solo se avessi reso la mia vita, e me stessa, più insignificante”

Di chi è questa citazione? Incredibile a dirsi, ma di Charlize Theron!

Ebbene l’attrice americana qualche giorno fa aveva dichiarato di essere single da 10 anni, perché non trova una persona che sia alla sua altezza. Poi, in una successiva intervista, ha aggiunto la succitata motivazione, spiegando di essere cresciuta e di essersi detta: “A un certo punto ti rendi conto che non stai esprimendo il tuo pieno potenziale e inizi a provare risentimento. Preferisco restare single, piuttosto che provare risentimento per qualcuno che non mi permette di essere me stessa“.

Già l’affermazione che una donna così bella abbia problemi a trovare l’amore fa scalpore, ma la motivazione che aggiunge rende l’affermazione stessa molto più interessante.

Anzitutto, sembra confermato che essere molto belli non sia sempre una fortuna. La bellezza imbarazza, gli altri ovviamente! Sopratutto fa sentire in soggezione. E a nessuno piace sentirsi in soggezione verso un’altra persona. La bellezza isola e uno deve essere molto forte per sostenerne le conseguenze.

Se sei una persona intelligente, oltre che bella, questa cosa la capisci e per mettere a proprio agio gli altri, ti rendi meno di quello che sei. Come? esattamente come dice l’attrice americana, ovvero non esprimendo appieno il tuo potenziale, al fine di abbassare il tuo stesso standard e renderti “accettabile” agli occhi degli altri.

In realtà, credo che questo fenomeno si realizzi anche in rapporti diversi da quello amoroso. Ci sono persone che per il bisogno di sentirsi amate, o accolte, o semplicemente accettate, si rendono “insignificanti” perché in questo modo appaiono agli occhi degli altri come un “non rischio”. Penso che questo possa essere vero in vari ambiti, come quello familiare, lavorativo (quanti capi non sopportano sottoposti più intelligenti e preparati di loro?), aggregativo in generale. Scomparire, piuttosto che emergere, diventa una filosofia di vita, un modus vivendi, per sopravvivere, piuttosto che vivere.

Ma l’intervista aggiunge un dato interessante: il “risentimento” che ne deriva. Per il quieto vivere si fanno delle rinunce: poi tarpare i tuoi talenti, arrivare a “renderti insignificante”, ma poi monta il risentimento, perché qualcosa alla lunga ti rode dentro. Sai che vali, ma non hai ciò che ti meriti. A questo punto scatta la reazione che arriva a rigettare ogni forma di compromesso.

Ecco, è il compromesso la chiave per trovare l’equilibrio?

Personalmente, l’ho spesso pensato. Ultimamente, però, ho come la sensazione che il compromesso sia per definizione sempre a ribasso, che quello che in economia si chiama una soluzione “win – win”, sia invece “lost – lost”. Va bene per la società o per la collettività in generale, ma va bene per il singolo individuo?

Risentimento significa frustrazione e questa porta al conflitto. Forse, ma dico forse, è meglio gridare, urlare, incazzarsi, mandare tutto e tutti a quel paese… almeno qualche volta! Anche solo per sfogarsi e scaricare, appunto, quel risentimento prima che diventi eccessiva frustrazione.

E voi cosa ne pensate? Condividete il pensiero di Charlize? O la vedete in modo diverso?

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